Nelle scorse settimane il sindacato Unia ha rotto il «silenzio stampa» che si era imposto riguardo il contratto collettivo della vendita. In una conferenza stampa ha dichiarato che verrà fatta opposizione all’istanza di obbligatorietà del CCL vendita. A riguardo abbiamo posto qualche domanda a Paolo Locatelli, responsabile cantonale settore della vendita e vicesegretario cantonale.
Sullo scorso numero del bollettino di Unia, abbiamo avuto il piacere di leggere una pioggia di veleno e inesattezze sul contratto collettivo della vendita che OCST è soddisfatta di avere firmato. Vale la pena di fare un po’ di chiarezza a beneficio delle lavoratrici e dei lavoratori del settore. OCST ha avuto in questa faccenda un ruolo chiave fin dall’inizio. Erano quasi vent’anni che i sindacati cercavano un’intesa con la parte padronale per regolamentare un settore. Dei 9’000 lavoratori della vendita, 4’500 impiegate e impiegati erano privi di qualsiasi protezione contrattuale.
La lunga storia di questo «nuovo» contratto collettivo di lavoro (CCL) per il settore della vendita ha inizio il 23 marzo del 2015 quando il Gran Consiglio approvò l’emendamento proposto da Lorenzo Jelmini e Gianni Guidicelli nel quale si vincolava la nuova legge di apertura dei negozi (LAN) alla presenza di un CCL nel settore. A partire da quel giorno tante parole sono scorse, tra prese di posizione, critiche e lodi, il CCL ha percorso una strada lunga e tortuosa che ha portato però lo scorso martedì 19 marzo al «sì» della Seco. Ne parliamo con Paolo Locatelli, vice segretario cantonale e responsabile del settore della vendita, che sin dagli inizi ha difeso a spada tratta la negoziazione di un nuovo CCL.
Quasi tre anni per concretizzare nei minimi dettagli un contratto collettivo di lavoro (CCL) della vendita obbligatorio per il Canton Ticino. Superficialmente potrebbe sembrare il procedere di una lumaca ma, ve lo possiamo assicurare, è stato il tempo necessario per svolgere un lavoro immane e con diversi ostacoli formali da superare.