Tre quadri in tre momenti diversi, inaspettati, che la scuola dell’obbligo si è trovata recentemente ad attraversare.

Il primo: «Sore le mando il mio numero di cellulare in caso non funzionano Moodle e Teams». È trascorsa una settimana dalla chiusura degli edifici scolastici e ricevo questo messaggio da quattro, cinque allievi, verso i quali, in un qualche modo, deve essere scivolato il mio recapito. Non è una delle centinaia di domande più o meno tecniche che, di lì a poco, si sarebbero accodate sui mezzi informatici, ma un’iniziativa che comunica preoccupazione: tenere il contatto con la scuola a fronte della fragilizzazione del lavoro sancita dall’uso delle - pur ottime - piattaforme informatiche.

In un recente commento, Gianni Righinetti ha affrontato il controverso tema della riapertura della scuola dell’obbligo dopo lo stop imposto dall’emergenza COVID-19. In particolare, c’è un passaggio che ha attirato la mia attenzione: «La scuola a distanza, per chi frequenta le Medie, non è stata scuola, ma una sorta di gioco allo scaricabarile, con i genitori costretti a dover svolgere il mestiere del docente». Una frase forte, ingenerosa nei confronti dei docenti che hanno svolto un ruolo centrale nel periodo del lockdown.

Il sindacato OCST-Docenti si esprime sulle Direttive del DECS del 30 aprile relative alla scuola dell’obbligo e sull’Ordinanza del Consiglio federale del 29 aprile, la quale consente nuovamente l’insegnamento presenziale nella scuola dell’obbligo se attuato secondo un piano di protezione e prevede la possibilità di non svolgere alcun insegnamento in presenza a condizione che i Cantoni mettano a disposizione un’“offerta adeguata di servizi di custodia parascolastica”.

Il nostro Sindacato ha preso posizione nei confronti del Consiglio di Stato chiedendo un riscontro in merito allo stato dei lavori a seguito della Sentenza del 6 novembre 2019 emanata dal Tribunale cantonale amministrativo. 

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